Conoscere sé stessi è un lavoro lungo e faticoso. Ma alla fine ci si sente migliorati e in grado di affrontare le difficoltà che la vita ci mette davanti. È una massima filosofica che vale per le persone, ma soprattutto per le organizzazioni. Anche per Anpas si può applicare questo concetto.
Volontari, personale e responsabili devono avere la coscienza di ciò che è stato realizzato. Il passato e le proprie radici sono importanti. Non per nulla Anpas è nata nel 1904. Sono necessarie le persone – o come si dice adesso il capitale umano – che vanno formate ed educate. Sia all’interno che all’esterno.
Ma sono fondamentali anche i numeri per conoscere sé stessi. Anpas può infatti contare su: 98.790 volontari, quasi 500mila soci, 5.244 dipendenti, più di 2mila volontari in servizio civile, oltre 907 pubbliche assistenze, 9mila mezzi, nove progetti di cooperazione in sette Paesi del mondo.
Insomma una forza che può crescere ancora e migliorare nei servizi che offre alle comunità. A partire proprio dai numeri o come va di moda adesso dai data base.
Tutto può servire a migliorare il futuro. Ma bisogna partire dai dati. Far conoscere le proprie attività, quantificarle e studiarle. Soltanto così si può programmare il futuro. Capire i bisogni di un territorio e di una comunità sono fondamentali: dai corsi di formazione ai progetti di cooperazione, dalle attività nelle scuole e nelle piazze alle esercitazioni. Tutto può servire a far crescere Anpas. Ma i dati sono davvero fondamentali. Lo ha confermato lo stesso Marco Mosti della Fondazione Gimbe nel corso della due giorni di Roma in cui si è discusso di data management.
È una responsabilità in più per il volontariato e per Anpas. Ma tutto sta andando verso un futuro fatto di numeri e di interpretazioni dei dati per anticipare le necessità della società. Anche il provvedimento – firmato dai ministeri del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’Istruzione e del Merito, dell’Università e della Ricerca e per la Pubblica Amministrazione – che dà attuazione all’articolo 19 del Codice del Terzo settore e che riconosce l’esperienza maturata nel volontariato come apprendimento non formale. Significa che chi dedica tempo alle attività di volontariato potrà vedere certificate le competenze acquisite, con valore riconosciuto anche in ambito scolastico, universitario e lavorativo. Tra le abilità valorizzate: collaborazione, gestione del tempo, problem solving, comunicazione efficace, leadership e senso di responsabilità. Tutte qualità che fino a oggi restavano spesso invisibili. Proprio perché non sono state quantificate.
Conoscere sé stessi significa proprio questo. Partire dai numeri e da ciò che si realizza per dare un valore maggiore ai volontari e alle volontarie di Anpas e ai dipendenti. È un lavoro lungo e faticoso. Ma necessario per migliorare e crescere ancora.




