Come trasformare il patrimonio di esperienze, attività e numeri del movimento in uno strumento di conoscenza, capacità decisionale e rappresentanza.
Cosa accomuna il mondo della sanità, le organizzazioni complesse e una grande rete di volontariato come ANPAS?
La risposta è una: i dati.
È stato questo uno dei temi al centro della lezione tenuta da Marco Mosti, Direttore Generale presso Fondazione GIMBE, occasione che ha offerto anche ad ANPAS uno spunto di riflessione strategica su un tema spesso percepito come tecnico, ma che in realtà tocca da vicino organizzazione, governance e capacità di rappresentanza.
Il punto di partenza è semplice: ogni organizzazione produce dati. Ma non tutte riescono a trasformarli in conoscenza utile.
Dal dato alla decisione
Viviamo in una società sempre più complessa e veloce. In questo contesto, decidere senza evidenze significa spesso decidere sulla base di percezioni, intuizioni o abitudini.
Una logica evidence-based non riguarda soltanto la sanità o la ricerca scientifica. Riguarda ogni organizzazione che voglia comprendere meglio il proprio impatto, orientare le scelte e affrontare il cambiamento in modo consapevole.
Per ANPAS questo significa interrogarsi su un patrimonio informativo enorme che già esiste: dati operativi, organizzativi, territoriali, esperienze diffuse, trend di partecipazione, bisogni emergenti delle comunità.
La domanda è semplice: quanto di questo patrimonio viene realmente messo a sistema?
Come ha sottolineato Marco Mosti, “Il problema spesso non è l’assenza di dati, ma il fatto che siano prodotti e non condivisi, condivisi ma non utilizzabili, utilizzabili ma non letti, letti ma non trasformati in decisioni. Una buona data governance serve esattamente a questo: creare metodo, responsabilità e cultura organizzativa, affinché i dati restituiscano valore a chi li raccoglie e supportino decisioni evidence-based.”
Il valore del volontariato va anche misurato
Per una rete nazionale come ANPAS il tema non è soltanto gestionale.
È anche una questione di advocacy e rappresentanza.
Perché se non misuriamo il nostro impatto, diventa più difficile renderlo visibile.
Quante persone vengono raggiunte ogni giorno dai servizi?
Quanto valore sociale produce il volontariato organizzato?
Quale contributo concreto offre ANPAS alla tenuta del sistema pubblico?
Come stanno cambiando i bisogni dei territori?
Quali attività coinvolgono maggiormente le nuove generazioni?
Domande che diventano strategiche se l’obiettivo è dare forza alla capacità di interlocuzione del movimento con istituzioni, stakeholder e opinione pubblica.
Perché, come dimostra l’esperienza di Fondazione GIMBE, i dati non servono ad accumulare numeri, ma a trasformare la complessità in conoscenza accessibile, utile a orientare il dibattito pubblico.
Non più burocrazia, ma più consapevolezza
Quando si parla di dati, il rischio è che il tema venga percepito come un ulteriore adempimento.
Più moduli.
Più procedure.
Più tempo sottratto all’attività quotidiana.
Ma la riflessione emersa dalla lezione di Mosti va in direzione diversa.
Il dato ha senso solo se restituisce valore.
Se aiuta a migliorare la gestione.
Se rende più efficace la comunicazione interna ed esterna.
Se permette di leggere criticità e opportunità.
Se rafforza il racconto di ciò che il volontariato realizza ogni giorno.
Lo sottolinea anche Niccolò Mancini, presidente ANPAS: “Il volontariato produce ogni giorno un valore enorme per le comunità, ma non sempre riusciamo a trasformare questo patrimonio di esperienze, attività e competenze in evidenze leggibili e condivise. Per una rete come ANPAS, lavorare sulla cultura del dato non significa aggiungere burocrazia, ma acquisire maggiore consapevolezza, migliorare le decisioni, rafforzare la nostra capacità di dialogo con le istituzioni e raccontare con ancora più forza l’impatto reale del volontariato organizzato.”
Una cultura del dato per il futuro del movimento
Per ANPAS la sfida non è diventare un’organizzazione “tecnologica”.
La sfida è sviluppare una cultura condivisa del dato.
Questo significa partire dalle domande giuste:
- quali decisioni oggi potrebbero essere supportate meglio da evidenze più solide?
- quali dati esistono ma non vengono valorizzati?
- quali informazioni mancano?
- dove si interrompe il flusso tra territori, livelli regionali e nazionale?
Una buona data governance non significa raccogliere tutto, ma raccogliere ciò che serve, con metodo, responsabilità e obiettivi chiari.
Perché parlare di dati, nel volontariato, non significa allontanarsi dai valori della relazione, della solidarietà e della prossimità.
Significa, al contrario, dare loro ancora più forza.





