Dal desiderio all’autodeterminazione, fino alla partecipazione nella comunità. A ExpoAid 2026 il confronto sul ruolo dell’educazione nella riforma della disabilità ha messo al centro la persona e il valore delle reti territoriali. Tra le esperienze presentate anche quella della Croce Verde Adria, che attraverso il Teatro Politeama ha trasformato il Progetto di Vita in un’esperienza concreta di cittadinanza attiva.
Il Progetto di Vita previsto dalla riforma della disabilità non rappresenta soltanto un nuovo strumento organizzativo, ma un cambio di paradigma culturale: passare da una logica fondata sui bisogni a una costruita sui desideri, sulle capacità e sull’autodeterminazione della persona.
È stato questo il filo conduttore del panel “Il ruolo dell’educazione nel Progetto di Vita”, ospitato nell’ambito di ExpoAid 2026, che ha riunito esponenti del mondo accademico, delle professioni educative e del Terzo settore per riflettere sul contributo dell’educazione nell’attuazione della riforma.
Tra le esperienze presentate anche quella di ANPAS, che attraverso la Croce Verde Adria ha mostrato come i principi del Progetto di Vita possano tradursi in percorsi concreti di inclusione, partecipazione e cittadinanza.
Dal bisogno al desiderio: il cambiamento parte dalla persona
Ad aprire il confronto è stato Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha invitato a ripensare il ruolo dei professionisti dell’educazione.
«Siamo abituati a utilizzare il termine “operatore”, ma il Progetto di Vita ci chiede di mettere davvero al centro la persona con disabilità. I professionisti devono essere riconosciuti come persone di valore e l’educatore non è il protagonista del progetto: è il facilitatore del processo.»
Per Simeone la vera sfida è spostare lo sguardo dal bisogno al desiderio.
Il bisogno racconta ciò che manca; il desiderio, invece, richiama la libertà di scegliere, di progettare il proprio futuro e di diventare protagonista del proprio percorso di vita.
Un concetto condiviso anche dagli altri relatori, che hanno ricordato come il Progetto di Vita sia, prima di tutto, un progetto educativo, capace di accompagnare la persona lungo tutto il suo percorso di crescita.
Il Progetto di Vita nasce nella rete
Nel corso del panel è emerso come il Progetto di Vita non possa essere ridotto a un insieme di servizi o prestazioni.
Ogni percorso coinvolge la persona, la famiglia, i servizi sociali e sanitari, la scuola, gli enti locali, il volontariato, il mondo del lavoro e la comunità.
Per questo gli educatori professionali sono chiamati a svolgere un ruolo di connessione, costruendo dialogo tra competenze differenti e accompagnando la rete verso obiettivi condivisi.
Una responsabilità che richiede capacità di progettazione, continuità educativa e una presenza costante nei diversi contesti di vita della persona.
L’esperienza ANPAS: il Teatro Politeama di Adria come laboratorio di cittadinanza
A portare il contributo di ANPAS è stata Silvia Andriotto, che ha raccontato l’esperienza sviluppata dalla Croce Verde Adria attraverso il Teatro Politeama, un progetto nato dall’ascolto dei bisogni del territorio e diventato un esempio concreto di inclusione.
Il Teatro Politeama non è semplicemente il luogo dove si svolgono attività dedicate alle persone con disabilità, ma uno spazio di comunità nel quale sperimentare relazioni, responsabilità e partecipazione.
Qui il Progetto di Vita prende forma nella quotidianità.
Le persone con disabilità non sono destinatarie di un servizio, ma partecipano attivamente alla vita del teatro, collaborando all’organizzazione degli eventi, all’accoglienza del pubblico e alle attività che animano uno spazio culturale aperto alla città.
Esperienze che consentono di sviluppare autonomia, capacità organizzative, problem solving, competenze relazionali e senso di responsabilità in contesti reali.
«Spesso diciamo che la disabilità è negli occhi di chi guarda», ha spiegato Silvia Andriotto. «La disabilità c’è, ma deve essere guardata anche per quello che la persona sa fare.»
È questo il cambiamento di prospettiva proposto dal progetto: non definire le persone attraverso la loro disabilità, ma riconoscere il valore delle competenze, delle relazioni e del contributo che ciascuno può offrire alla comunità.
L’esperienza del Teatro Politeama dimostra come l’inclusione non si costruisca creando spazi separati, ma aprendo luoghi di vita nei quali ogni persona possa assumere un ruolo attivo e sentirsi parte della comunità.
L’educatore accompagna, non sostituisce
Il confronto si è arricchito anche della testimonianza dedicata al percorso di Matteo, raccontata da Silvia Ungaro, che ha mostrato come il Progetto di Vita possa tradursi in risultati concreti quando educazione, servizi e territorio lavorano insieme.
Dalla valutazione multidimensionale sono nati obiettivi condivisi di autonomia: imparare a spostarsi in sicurezza utilizzando gli ausili, iscriversi al collocamento mirato, svolgere un tirocinio extracurricolare e arrivare a un inserimento lavorativo.
Oggi Matteo lavora part-time in un’azienda.
Una storia che dimostra come l’autodeterminazione non sia un principio astratto, ma un percorso costruito passo dopo passo.
In questo processo l’educatore non sostituisce la persona, ma crea le condizioni perché possa esprimere le proprie capacità e raggiungere i propri obiettivi.
Il Progetto di Vita appartiene alla persona
A chiudere il panel è stato Massimiliano Malè, che ha riportato il dibattito al principio fondamentale della riforma.
«Il Progetto di Vita dovrebbe essere costruito sui desideri della persona. Ma a desiderare sono io: non può essere qualcun altro a desiderare al posto mio.»
Per questo il titolare del progetto resta sempre la persona con disabilità.
L’educatore mette a disposizione competenze professionali, accompagna, sostiene e facilita il percorso, ma accetta di non esserne il protagonista.
«Al centro non devono esserci gli educatori. Al centro devono esserci le attività, le esperienze e la vita delle persone con disabilità. Il nostro compito è renderle possibili.»
È questa la prospettiva che ANPAS porta avanti ogni giorno attraverso le proprie Pubbliche Assistenze: trasformare i principi della riforma in esperienze concrete, costruendo nei territori comunità capaci di riconoscere le persone per ciò che sanno fare, favorire l’autodeterminazione e rendere il Progetto di Vita un percorso reale di partecipazione, autonomia e cittadinanza.





