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Terzo settore, un bilancio a dieci anni dalla riforma

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Sono passati dieci anni dalla legge 106 del giugno 2016 che ha inaugurato il percorso di riforma del Terzo settore in Italia: non una modifica dell’esistente quanto l’avvio di un vero e proprio processo di costruzione istituzionale.

Fino a quel momento, infatti, mancava un quadro normativo unitario per le istituzioni del ‘terzo pilastro’ della società: associazioni, imprese sociali e fondazioni disponevano ciascuna di un proprio riconoscimento legislativo, ma non esisteva una disciplina quadro comune. A dieci anni di distanza, Cgm Finance -sistema finanziario consortile che da oltre 20 anni sostiene i consorzi nella gestione delle relazioni con gli istituti di credito e finanziari- traccia un bilancio della riforma in un dossier a cura di Francesco Abbà (presidente di Cgm Finance) e Flaviano Zandonai (open innovation manager di Cgm) che analizza le azioni messe in campo e lo stato di attuazione dei principali dispositivi normativi.

Si tratta ancora di un cantiere aperto con una parte dei dispositivi previsti dalla riforma che non è ancora pienamente operativa. È il caso del Runts-Registro unico nazionale del Terzo settore, pilastro della riforma non ancora completo. Delle 370mila istituzioni del Terzo settore contate dall’Istat nel 2024 -nella stragrande maggioranza dei casi associazioni- circa 140mila risultano iscritte al Runts: un numero significativo ma ancora limitato che riflette le difficoltà di accesso burocratiche ed economiche incontrate soprattutto dagli enti meno strutturati e di dimensioni più ridotte. Altro tema è poi la ridefinizione giuridica dell’impresa sociale che rappresenta il principale veicolo imprenditoriale del Terzo settore e della cooperazione. Nella classificazione giuridica degli Enti del Terzo settore, l’impresa sociale è la forma che impiega il maggior numero di lavoratori dipendenti (48,6%).

L’elemento di maggiore efficacia riformatrice della norma non riguarda però, paradossalmente, il riconoscimento e la strutturazione interna degli enti che ne fanno parte, bensì il rapporto tra questo settore e la Pubblica amministrazione. Con l’introduzione nel Codice del Terzo settore degli strumenti di amministrazione condivisa tra Ets e Pa, è stato infatti promosso un approccio non competitivo valido dalle politiche sociali a quelle culturali. L’impulso generato da queste norme, rafforzate anche da un’importante sentenza della Corte costituzionale, ha contribuito ad avviare e diffondere, soprattutto a livello locale, numerosi percorsi di coprogettazione, favorendo un significativo investimento in termini di competenze e aspirazioni di protagonismo da parte degli Enti del Terzo settore e delle amministrazioni pubbliche. Fatta, seppure con fatica, la norma non si può però ancora parlare di una vera ”politica” del Terzo settore.

Dal punto di vista dell’agenda pubblica, infatti, non sembra essersi manifestata nei governi e nei Parlamenti che si sono succeduti dopo l’avvio della riforma la stessa tensione in termini di priorità e attenzione. Questo atteggiamento emerge chiaramente in alcuni passaggi chiave, come il Pnrr-Piano nazionale di ripresa e resilienza, nel quale si sono registrati uno scarso coinvolgimento e una sostanziale passività del settore. A dimostrazione di quanto il percorso avviato nel 2016 sia ancora lontano dall’essere concluso.

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Maurizio Carucci

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